la citazione del momento

Quel pomeriggio ho capito cos'è lo spirito borghese, e che io nella vita non sarò mai più così: un borghese, praticamente un criminale. Perchè io sogno che tutto il mondo partecipi alla felicità, perchè anche se le gambe mi si piegano a dirlo io sono un anarchico, perdio, come Bakunin, come Cafiero, Malatesta, Bonnot, anarchico come i miei amici anarchici Rocco e Mariano.

Marco Lodoli - Grande circo invalido

giovedì 22 settembre 2016

L'estate in barattolo

Io non ci avevo pensato, e poi oggi c'è pure il sole, ma ci ha pensato Google a ricordarmi che oggi inizia l'autunno. E va beh, non mi strapperò i capelli, panta rei, come dice il canale sotto la mia finestra (reazione particolarmente zen dovuta sicuramente all'ora e mezza di yoga appena finita).
Che poi tanto me ne ero già accorta dalla temperatura eh che l'estate ci stava salutando anche quest'anno, per non parlare della luce. Sarà stato forse questo il motivo per cui, non avendo fatto nemmeno una marmellata ma giusto qualche barattolo di zucchine e di agli sott'olio, mi è venuta l'ansia di conservare un altro po' di estate, e così mi sono cimentata nei pomodori in conserva.
 
Se qualcuno me lo avesse detto qualche decennio fa, non ci avrei mai creduto. Uno dei motivi per cui non vedevo l'ora di diventare grande era che finalmente non avrei più dovuto "fare i pomodori", come si dice da noi. Dopo il giorno del ritorno all'ora solare, per un po' dell'infanzia ma soprattutto in adolescenza il giorno in cui si facevano i pomodori è stato da me il giorno più odiato dell'anno. Premesso che la mia famiglia ha sempre vissuto in un appartamento, per cui i pomodori si andava a farli da amici in campagna, questo voleva dire alzarsi all'alba, quanto già bastava a farmi odiare profondamente l'intera faccenda.
E poi i lavori che, in quanto bambina, non potevo fare, dovendomi accontentare quindi delle mansioni noiose; l'impossibilità, da adolescente, di fare un giro sotto casa a vedere se ci fossero i miei amici, il senso di essere ostaggio in una casa di campagna fino al tardo pomeriggio (uff l'insofferenza adolescenziale!); e poi tutto quel pomodoro che inevitabilmente ti finiva addosso, e pane e pomodoro per merenda (cosa darei ora per quella bella fetta di pane dalla mollica bollosa e la crosta croccante imbevuta di succo di pomodoro e olio). E mia madre che non era come certe sue amiche più anziane, convinte che una donna in ciclo non può fare conserve se no manda tutto in malora, no mia madre diceva "son tutte sciocchezze" e ci portava a fare il nostro anche se eravamo mestruate (per la cronaca, non è mai andato in malora nulla). L'unica cosa che mi ha sempre affascinato era il bidone gigantesco posizionato su un grande fornello alimentato con la bombola, in cui si infilavano bottiglie e barattoli e tanti stracci e poi si riempiva d'acqua con la pompa e sembrava non riempirsi mai, e poi si stava lì a sperare che non scoppiassero troppi barattoli. Chissà, forse mi piaceva anche perchè voleva dire che, anche per quell'anno, quella giornata faticosissima volgeva al termine.
E invece, a quarant'anni eccomi qua, a non aver nessuna voglia di smettere di mangiare i pomodori nonostante stia arrivando la stagione del kale, ad accorgermi che il mio spacciatore clandestino ha ancora tanti San Marzano belli rossi e sodi e li fa a soli 2 euro al kilo perchè son gli ultimi, a chiamare mia madre e chiederle che cosa devo fare.

 
Le dosi non hanno niente a che vedere con quelle di un tempo, i miei riempivano un'intera scaffalatura di bottiglie di salsa e barattoli di pelati. Io poi non ho nessun bidone, ma solo due pentoloni grandi. E nemmeno gli strumenti per far la salsa, quindi la mia conserva è davvero "basic".
Ho semplicemente lavato ben bene i pomodori dopo aver scelto con cura solo quelli maturi e perfetti e li ho lasciati asciugare. Ho tagliato a metà ciascun pomodoro e riempito man mano tutti i barattoli, spingendo un po' sul fondo per togliere l'aria, ci ho infilato qualche foglia di basilico e ho tappato. Ho messo uno straccio sul fondo del pentolone e i barattoli intervallati da altri stracci in modo da evitare il contatto tra loro e quindi la rottura, riempito di acqua fredda e fatto bollire per mezzora o poco più. Ho aspettato con pazienza che il tutto diventasse completamente freddo, ho esultato perchè i miei quindici barattoli erano tutti intatti e li ho riposti al buio nella credenza. Ah, e mi sono emozionata.
Questo infatti non pretende certo di essere un tutorial sulla conserva di pomodori al naturale, il web è pieno di gente che ne sa di più; no, questo era solo il racconto di un'emozione. Non solo emozione per l'autoproduzione in sè, che mi emoziona sempre, ma per certi deja vu: per certi odori che sanno di estate e di buono; per certi gesti, come quello di pigiare i pomodori nel barattolo, che mi ricordano la mano delicata e forte di mia madre quando lo faceva; per certe immagini, come la fogliolina di basilico alla fine, che fa sembrare il barattolo un quadretto perfetto.
Credo che la nostra magra conserva non arriverà nemmeno a Natale, ma se va tutto bene, l'anno prossimo ci organizziamo meglio, perchè fare i pomodori, checchè ne dicano Cri bambine e Cri adolescenti, è proprio una bella cosa!

venerdì 16 settembre 2016

Di lavoro si muore, di sciopero anche


Oggi nessuno dovrebbe andare al lavoro. Tutti i facchini d'Italia dovrebbero incrociare le braccia, e tutto il resto dei lavoratori con loro. Ieri è successa una cosa terrificante, ieri, un operaio è stato ucciso mentre e perchè esercitava il suo diritto di sciopero. È un brutto mondo quello dei facchini, è un mondo quasi senza regole. Qualcuno che conosco bene ci è entrato e ne è uscito inorridito. Di notte, all'hub dell'Sda (spedizioniere delle poste) di Bologna, la cui sede è in piena zona industriale dove gli autobus non arrivano, si accalcano decine e decine di persone, per lo più africane, arrivate lì a piedi o in bicicletta dalle loro case o pseudotali. Stanno lì e aspettano, finchè qualcuno della cooperativa non esce fuori e dice "tu, tu e tu"; a quel punto c'è chi ha svoltato la notte di lavoro e chi gira i tacchi e si rifà tutta la strada al contrario, per intraprenderla la sera dopo sperando in miglior fortuna. La maggior parte delle cooperative di facchini sono posti brutti, dove il fatto che non ti facciano fare il corso di formazione (nonostante ne abbiano l'obbligo) per insegnarti a gestire i pesi ed evitare di massacrarti la schiena è solo l'aspetto più piacevole. Sono posti dai contratti di lavoro anche di pochi giorni, e da stipendi da fame, ché tanto devi solo ringraziare che ti diano da lavorare. Sono posti spesso non sindacalizzati, perchè si fa fatica da straniero a muoversi in certi ambienti, si fa fatica a dire "io non merito di essere trattato così", si fa fatica a trovare il coraggio di protestare e mettere a rischio quei quattro spicci che ti permettono di sfamare dei bambini che, da parte loro, staranno facendo altrove la loro fatica di stranieri in terra tutt'altro che accogliente. Abd Elsalam Ahmed Eldanf però il coraggio l'aveva avuto, la sua dignità aveva affrontato con lui il viaggio dall'Egitto e non l'aveva abbandonato nemmeno in un ambiente brutto e "abbrutente" come quello del facchinaggio; la sua dignità l'aveva spinto a unirsi ai suoi compagni per difendere i suoi diritti di uomo e di lavoratore. Ma un capo spietato, un capo che si crede padrone, non ne ha avuto pietà, un camionista che evidentemente pensava solo al suo stipendio (un poveraccio dunque che mi fa quasi altrettanta pena nei rari attimi in cui riesco a zittire l'orrore e la rabbia) non ha esitato a obbedire al padrone e l'ha investito. 
E questo fa davvero orrore. Fa orrore pensare che il mondo del lavoro sia tornato a essere un mondo di schiavismo. Fa orrore che gli schiavi non si rendano conto nemmeno di essere tali, che ognuno se ne stia zitto zitto nella sua gabbia, che ognuno si lasci schiavizzare senza disturbare, che a tratti ringrazi pure. Il vero orrore è che oggi ognuno se ne vada a lavorare pensando ai fatti suoi, fa orrore che non ci siano scioperi e proteste in tutto il Paese, che un fatto del genere non sconvolga e non indigni.
Questo mi fa più orrore della velocità con cui i pm hanno tirato fuori la balla che non ci fosse nessuna protesta e nessun picchetto (e allora però spiegatemi cosa ci faceva la polizia, già presente al momento del fatto, in un posto del genere di notte) e che addirittura il povero Ahmed si sia lanciato come un folle incontro al tir; mi fa più orrore del fatto che oggi, il giorno dopo e non il mese dopo, sulle principali testate nazionali, la notizia si sia trasformata in un trafiletto a fondo pagina, tanto che scorrendo, nella mia ingenuità, ho addirittura pensato di averla saltata senza averla vista. Mi fa più orrore di un premier che dice che non si può morire manifestando quando lui stesso è uno dei principali responsabili del sistema schiavistico attuale.
Sì, l'indifferenza delle persone mi fa più orrore di tutto. Oggi sono triste, e non per la pioggia.

mercoledì 14 settembre 2016

Marocco contro sessismo e razzismo

Nel mio libro di lettura delle elementari c'era una lettura che mi ha sempre messo una grande angoscia. Un padre torna casa (illustrazione di una cucina tristina ed essenziale) e comunica alla moglie che la fabbrica in cui lavora chiude e lui è disoccupato. Lei, disperata, parte coi conti: le scarpe per Tizio, i libri per Caia, e ora come facciamo e via dicendo; ovviamente Tizio e Caia non si sono ancora addormentati, origliano e a questo punto non so se e quando si riaddormenteranno, presi da paura per il futuro e sensi di colpa per il bisogno di scarpe e libri. Ora, mia madre è una casalinga, ma i lavori tra i miei genitori mi sembravano equamente distribuiti: papà va in ufficio, mamma si occupa della casa, entrambi passano con noi ogni minuto che possono. I genitori della mia amica del cuore invece lavoravano entrambi, e in effetti suo papà collaborava più del mio alla gestione domestica. MI sembravano semplicemente modi diversi di organizzare la vita familiare. Quindi io mi sono semplicemente chiesta: "Ma se il papà della storia non ha un lavoro, non può andarci la mamma a lavorare, come fa la mamma di Stefania?" E mi stupivo di come questa soluzione non venisse in mente anche a loro.
Insomma, oltre a essere una lettura che in quanto ad angoscia era paragonabile solo a quella in cui quattro uomini incappucciati portano via Pinocchio (dove? chi può dirlo?!) perchè non vuol prendere la medicina, questa è una lettura che dirle sessista è farle un complimento!
immagine trovata in internet
E mi è venuta in mente leggendo questo articolo: il ministero dell'Istruzione marocchino ha deciso di rivedere i testi scolastici al fine di epurarli da ogni eventuale forma di sessismo, come ad esempio illustrazioni che mostrino gli uomini davanti alla tv e le donne in cucina, nonchè di razzismo e estremismo religioso. A partire da quest'anno scolastico, dalle elementari alle superiori, i testi scolastici dovranno rispecchiare i valori di pace e di uguaglianza della Costituzione fondata nel 2011. La decisione è partita direttamente dal re Mohamed VI, anche se questi si riferiva soltanto all'insegnamento della religione, che, secondo lui, deve "concentrarsi sulla formazione dei valori di tolleranza dell’Islam, che sostiene equilibrio, moderazione, tolleranza e convivenza con diverse culture e civiltà". Come dire che bisogna insegnare che essere musulmano non significa uccidere i cosiddetti infedeli ma rispettare il credo altrui.
Il Ministero dell'Istruzione ha poi deciso di estendere questo approccio a tutte le materie scolastiche, per cui nessun libro di testo, come dicevo, dovrà avere alcun riferimento sessista né di istigazione a odio e violenza.
Beh, a me questa sembra una bella notizia e mi fa ancora più piacere che venga proprio da un paese a maggioranza islamica, tanto per chiarire che le donne musulmane non hanno certo bisogno di un francese illuminato che dica loro come vestirsi fino ad arrivare a vietar loro l'accesso a una spiaggia pubblica; tanto per sottolineare che ok, il mio libro di lettura avrà pure trent'anni, ma a tutt'oggi non mancano certo dalle nostre parti immagini squalificanti e svilenti della donna, chè il cartellone con una figona in calore che fa gli occhi languidi e ti dice "Sono Helvetia, vieni a trovarmi" (una panoramica delle montagne svizzere, visto che di quello parliamo, non faceva abbastanza effetto, eh?) non è meno deprimente della mamma che va a pulire casa al figlio universitario o lava i vestiti del calcetto di marito e figlio. E mi fermo al discorso "immagine", che se poi andiamo nella pratica, visto quello che succede anche solo in Italia, tra madri che sanno di violenze subite dalle figlie ma tacciono per quieto vivere (di chi poi? non della figlia di sicuro) e giudici che reputano consenziente una ragazza violentata a turno da cinque ragazzi, in quanto a rispetto per la donna non abbiamo da insegnare davvero niente a nessuno.

venerdì 9 settembre 2016

Buoni propositi per la stagione fredda

Sarà che ho ancora il costume addosso perchè appena rientrata da due giorni in riviera, sarà che stavo valutando un percorso per una camminata da farsi questo weekend, sarà che quest'anno le mie ferie sono arrivate tardi e che non ho bambini da preparare per la scuola, sarà che cerco di negare l'evidenza ma io mi sento ancora in piena estate!
Eppure la parte antipatica e noiosa di me, sì parlo della parte razionale, lo sa che l'autunno è dietro l'angolo e, finite le vacanze, inizia a fare bilanci e soprattutto proposte.
Sono riuscita a metterla a tacere per un po', non è stato difficile girando per le strade, sporche ma così dannatamente vere (rispetto a certi bijoux iperturistici), di quell'immensa metropoli che è Atene,






perdendomi tra gli ulivi delle sue colline e meravigliandomi davanti a quel che resta del Partenone


pare che qui Socrate sorbì la sua amara cicuta
L'ho messa a tacere durante una traversata di 15 ore, rigorosamente in passaggio ponte, ché se no che gusto c'è


Non vi dico poi quanto quella parte sia riuscita bene a starsene zitta durante i giorni lenti e rilassati trascorsi a Rodi! Durante i bagni all'alba insieme ai pesci,




mentre gironzolavamo per la città vecchia prima che si svegliasse e si riempisse di turisti, di souvenir esposti e di buttadentro davanti ai ristoranti





i maghi del forno sotto casa per fortuna si alzavano presto
mentre ci inerpicavamo su per l'acropoli rifiutandoci di prendere l'apposita navetta



mentre ci deliziavamo con l'adorata cucina greca e del buon vinello nell'unico ristorante senza buttadentro che abbiamo scovato (ebbene sì, il cibo l'ho mangiato senza fotografarlo)
Insomma, quella parte se ne è stata lì buona buona, ma ora mi sa che ha sentito l'odore di casa e si è affacciata...e allora affrontiamola!
Perché io lo so eh, lo sapevo già da prima di partire che un po' di cose non andavano, e che certo non sarebbero cambiate da sole mentre ero via.
E quando si parla di propositi, forse la prima cosa che viene in mente è il lavoro. Ok, faccio il lavoro che mi piace in un posto che mi fa schifo e per un'azienda di cui non condivido quasi niente. Però lavoro solo 3 giorni a settimana, anche se spesso diventano 4 o 5. Allora che si fa? No, non è il momento di fare la splendida e mollarlo, e poi mi piace vendere libri. Potrei però smetterla di farmi il sangue amaro, di odiare i clienti della domenica, di intristirmi di fronte a colleghi arrivisti e capi frustrati. Potrei riuscire in quei 3 giorni a prendere solo il bello del mio lavoro e a soprassedere sul resto. Ma soprattutto, potrei sfruttare in modo più gratificante gli altri giorni. Potrei rimettere mano a un progetto in cui io e mia sorella abbiamo investito tempo, energia e anche qualche soldo, e che poi si è arenato lì senza nemmeno un motivo preciso. Potrei anche impegnarmi di più, come invece sta facendo Fra, per realizzare il vecchio progetto del b&b, visto che è passato del tempo ma ci siamo resi conto che è un lavoro che ci manca da morire e che ci rendeva felici.
E poi potrei fare yoga più spesso e non solo quando ho lezione, si tratta solo di stendere il tappetino e il più è fatto. Ché poi dopo mi sento sempre così bene!
Potrei regalare a me e Fra un abbonamento a teatro, così magari ci andiamo invece che impigrirci e restare in casa.
Potrei scrivere molto di più, come facevo un tempo, invece di vedere un post come uno scoglio o temere che sia stupido o banale o faticoso o non abbastanza interessante.
Ecco, forse i miei buoni propositi si potrebbero ridurre a uno: potrei smettere di essere pigra, di lasciarmi scorrere i giorni tra le dita senza che meritino di essere ricordati. Perchè poi entro in un circolo vizioso, meno cose belle faccio e più mi intristisco, ma più mi intristisco e meno ho voglia di fare. Sì, devo solo alzare il sederino e fare, magari prima che arrivi quell'altra parte di me, quella che mi instilla il dubbio di stare sbagliando tutto, di non essere felice, di accontentarmi, ché poi non capisco mai se si curi davvero della mia felicità o se è solo un'autolesionista che si diverte a rompere coi domandoni esistenziali...
E voi?! Riposati? Partiti e tornati? Rigenerati? Magari con pensieri un po' meno intricati dei miei e meno "parti di sè" a cui dare (o non dare) ascolto?


venerdì 26 agosto 2016

I soliti sciacalli

Non c'è niente, credo, che si possa dire dopo un terremoto che si è portato via un paese intero e centinaia di persone. Niente di utile, niente che non sia già stato detto, niente che possa restituire un figlio o una casa a chi li ha persi.
Però mi viene da pensare che ci sono invece diverse cose che si possono non dire, cose che anzi sarebbe decisamente più opportuno non dire. Si potrebbe per esempio evitare di dire "Ecco, i profughi col cellulare e gli italiani senza casa". Troverei opportuno anche che, mentre si segue il post di un'associazione che si occupa di diritto all'abitare e che sta raccogliendo beni, non ci si trovasse bombardati di notifiche perchè qualcuno vuol esser sicuro che i suoi vestiti dismessi vadano proprio ai terremotati e (non sia mai!!) non ai senzatetto locali o ai migranti sfollati da qualche centro. Troverei poi oltremodo opportuno che un giornale che non merita nemmeno di essere usato come carta igienica quale è Libero, avesse evitato di approfittare della faccenda per mettere in copertina due foto a confronto, evidenziando il fatto che i terremotati stanno pigiati in una palestra e i profughi in hotel; omettendo, ovviamente, che la foto dei profughi era stata scattata a Varese qualche anno fa, quando una quarantina di richiedenti asilo furono spediti dal sindaco leghista in un hotel che stava per essere dismesso.
È successa una cosa terribile, è successa una cosa che solo chi l'ha vissuta può capire. Se provo a immaginare di perdere un familiare mi va semplicemente il tilt il cervello, e immaginare che, ad un certo punto, non esiste più la via che mi porta a casa e tanto meno la casa mi risulta davvero difficile. È successa una cosa mostruosa. Si poteva evitare? Pare di sì. Facciamo che iniziamo a pretendere ristrutturazioni antisismiche? Facciamolo! Ché mi sembra che Norcia e la sua mancanza di danni insegni. Ma facciamolo sul serio, facciamolo quando, tra qualche settimana, il clamore mediatico del terremoto si sarà affievolito che se no il telespettatore si annoia, facciamolo prima del prossimo terremoto. Urliamo finchè non ci ascoltano e chi ne ha il potere eviti la prossima strage. Per il momento invece, se possibile, stiamo zitti. Soprattutto se parlare vuol dire sciacallare sul dolore altrui, ancor di più se lo si fa per seminare odio.

martedì 9 agosto 2016

Consigli di lettura per l'estate 2016

Se vado avanti così, l'anno prossimo pubblicherò i "consigli di lettura per l'autunno". Ma che volete, io quest'anno in ferie ci vado il 29 agosto, e il 29 agosto arriva tra ben 20 giorni! E comunque questo ce l'ho in bozza da almeno un paio di settimane. E poi, come credo di aver già detto, non scrivo quasi mai post sui libri, di questo genere ne scrivo uno all'anno, per cui è fruibile per 12 mesi, quando esce esce :) Il prossimo lo chiamerò "Consigli di lettura per un anno"!

L'ultimo amore di Baba Dunjia - Alina Bronsky trad. Scilla Forti - Keller

Mi aveva attirato la copertina, e poi ho un debole per gli autori russi. L'editore non mi aveva mai deluso, e non lo ha fatto nemmeno in questa occasione. Ho voluto bene a Baba Dunja, questa novantenne costretta da giovane a scappare via dal villaggio di Cernovo dopo l'incidente nucleare di Chernobil, per tornataci a vivere da anziana... per nostalgia? Per inadattabilità ad altri luoghi? Non si capisce bene, e forse non importa, importa l'ascoltare Baba Dunja mentre racconta dei suoi vicini (eh sì, qualcuno ha impavidamente preso esempio da lei e si è trasferito in una delle case abbandonate), dei suoi fantasmi, dei suoi ricordi, e anche di un segreto come solo i paesini sanno avere. E lo fa con un'arguzia, un'ironia e una tenerezza che mettono il lettore a rischio lacrimuccia. Bellino assai!


L'altra madre - Andrej Longo - Adelphi

"Che bel libro!" non capita sempre di dirlo, forse nemmeno spesso. Io questo l'ho chiuso con questa esclamazione. Protagonista è Genny, un sedicenne di Napoli il cui tempo vola, anzi sfreccia in motorino, tra il lavoro al bar, la madre malata e qualche birra con gli amici. Il suo destino finisce per legarsi ineluttabilmente a quello di Tania, sua coetanea, ma con una vita più comoda e una madre diversa da quella di Genny, anche se poi non così tanto. Un romanzo che scorre veloce come il traffico di Napoli, una scrittura che profuma di sud pur non essendo dialetto, un'amarezza che, per quanto possa essere feroce, lascia comunque intravedere un raggio di sole. Bravo Longo, sono contenta di averne altri suoi ancora da leggere!



I jeans di Bruce Springsteen - Silvia Pareschi - Giunti

Questo è un esordio, ma Silvia la conoscevamo già, come traduttrice di alcuni tra i più bravi autori americani contemporanei, come Jonathan Franzen o Zadie Smith o Junot Diaz, e come interessante e spesso spassosa blogger. E così trovo anche questa raccolta di racconti: interessante e spesso spassosa. Come dire, l'America che non vi immaginate, l'America tanto bella e tanto brutta, quella dove puoi incontrare il sarto di Bruce Springsteen ma anche un puma selvaggio e senza scrupoli, quella dove delle drag queen fanno opere di bene e i proprietari di case sfrattano gli inquilini di una vita per decuplicare il prezzo di affitto che solo i giovani arrivisti e rampanti possono permettersi. L'America gradassa e quella messa in ginocchio dall'uragano Katrina. E sa raccontare Silvia, è briosa, è brillante, si muove tra "reportage" e invenzione con una leggiadria e un'onestà decisamente non da tutti. Un libro di quelli che ti fanno dire "ne voglio ancora!"


Noi che gridammo al vento - Loriano Machiavelli - Einaudi

Nonostante sia figlio della mia città di adozione e sia molto popolare da queste parti, non avevo mai letto Macchiavelli, perché non preferisco i gialli, men che meno quelli italiani. Ma mi piacciono i libri che mi raccontano la Storia, benché romanzata. E la strage di Portella della Ginestra è un fatto che mi colpì tanto quando ne feci la conoscenza, e a cui mi capita a volte di pensare, soprattutto durante certi 1° maggio festeggiati con una scampagnata. E questo non è un giallo, non in senso stretto almeno.
Certo, non comprendiamo subito cosa stia andando a fare Stella, una quarantenne residente a Basilea, a Piana degli Albanesi, paesino siciliano a cui pare in qualche modo appartenere; ma non è questo il punto, o forse non solo questo. Il punto è guardare le foto che Eva scattò quel 1° maggio 1947, è ascoltare i racconti di Ditria, è cavalcare quella mulattiera gialla di ginestre insieme a Vito. È entrare nelle stanze segrete di ville giganti dove alcuni siciliani incontrano alcuni politici, o forse dovremmo dire dove la mafia incontra lo Stato.


New york stories - Aa.vv. a cura di Paolo Cognetti - Einaudi
L'ho esplicitamente richiesto per Natale. Scrittori americani della migliore risma e degli ultimi 100 anni in un unico libro? Imperdibile! Da Mario Soldati che racconta l'emigrazione italiana a Don De Lillo con i giovani rampanti degli anni duemila. Storie che hanno poco da condividere l'una con l'altra, se non lo sfondo di una città che cambia a una velocità vertiginosa pur restando sempre lei, New York. Non ho mai preso così tanti appunti leggendo un libro, una sfilza di autori che avrei voluto conoscere o approfondire; per poi scoprire che alcuni di questi non sono nemmeno mai stati tradotti in Italia, ciò che forse rende questo libro ancora più prezioso.


La lotteria - Shirley Jackson - Adelphi

Io ve lo dico, Shirley Jackson è strana. Non saprei nemmeno come definirla. Noir? Horror? Non lo so davvero, i suoi libri hanno questa specie di aura di mistero, di qualcosa di invisibile agli occhi benché presente, di taciuto perché inenarrabile. Fondamentalmente, di inquietante. L'ho conosciuta con Abbiamo sempre vissuto nel castello, e mi ha stregata. La lotteria è il primo e il più lungo dei tre racconti contenuti in questo libercolo. Si apre con il paese, il classico paesino di campagna che potrebbe essere noioso da morire ma al contempo nascondere inimmaginabili segreti, che si prepara alla lotteria annuale. I bambini gridano e si rincorrono come, appunto, nei giorni di feste paesane; gli adulti appaiono decisamente meno entusiasti. Perchè? Lo scoprirete alla fine del racconto, quando resterete così, attoniti, a rileggere le ultime righe e probabilmente a dire "Shirley Jackson è strana!".


L'evasione impossibile - Sante Notarnicola - Odradek

Io Sante lo conosco da quando vivo a Bologna, il suo pub è l'unico pub di Bologna dove sono sempre andata anche da sola, perché non ci si sente una donna in un locale da sol, ma una persona in territorio amico che beve una birra. Lo conosco Sante, so chi è e chi è stato, i suoi racconti mi hanno tenuta spesso incantata ad ascoltare e a volte a commuovermi. Ma il suo libro l'ho letto solo da poco. Mi ha mosso la curiosità di capire meglio; mi ha mosso quella specie di demone che ho dentro che, nutrendosi della convinzione che nessuno nasca cattivo, è avido di conoscere le ragioni del "diavolo". Il demone che mi ha spinta a leggere l'autobiografia del brigatista Prospero Gallinari, o Il diavolo a Beslan di Tarabbia. Ma torniamo a Sante, componente della famosa Banda Caballero, specializzata nella rapina di banche finalizzata alla sovvenzione della lotta di classe. E dentro c'è la vita di un uomo, dall'infanzia da emigrante del Sud nella periferia di Torino, al lavoro in fabbrica, c'è la fede nel partito e nella lotta, la fratellanza con i compagni militanti, il bisogno vitale del riconoscimento dei diritti di tutti e ancor di più dei deboli, il carcere e le lotte all'interno del carcere per i suddetti diritti. E c'è la storia di un Paese in uno dei periodi più controversi della sua storia. E la conclusione, che spesso torna, che niente è mai tutto bianco o tutto nero.


La frontiera - Alessandro Leogrande - Feltrinelli

Quando si parla di migranti, si tende a incentrare il discorso sull'accoglienza e l'inserimento nel tessuto sociale in cui sbarcano, oppure sulla situazione da cui fuggono. Leogrande, che della migrazione ha fatto una delle basi del suo lavoro di giornalista, si chiede piuttosto del viaggio. Dell'odissea affrontata da chi riesce a mettere piede sul suolo italiano non ci si chiede quasi mai e, soprattutto, spesso non si ottengono risposte. Aver attraversato il deserto, aver rischiato la morte ad ogni frontiera, essere stati incarcerati e torturati, aver perso compagni di viaggio non è semplice da raccontare. Ma Leogrande sa chiedere e soprattutto sa ascoltare, e ci riporta storie da far accapponare la pelle, storie che ci fanno sentire piccoli e immeritatamente fortunati. Ci parla della strage di Lampedusa del 2013 vista da chi era in mare, ci parla di Mare Nostrum, dei marò, di un gruppo di ragazzini che, trovando pericoloso imbarcarsi in Grecia, hanno deciso di oltrepassare le frontiere via terra, rischiando poi di non essere riconosciuti come minorenni perché avevano studiato e affrontato un cammino davvero troppo complicato per dei ragazzini. Un libro che dovrebbero dare da leggere a scuola.


 Genuino clandestino - AA. vv. - Aam Terra Nuova

Quattro ragazzi sono partiti da Bologna armati di taccuini, macchine fotografiche e tanta voglia di conoscere, ascoltare, assaggiare, capire. Dieci tappe che toccano l'Italia dal Piemonte alla Sicilia per far visita ad alcune delle realtà che sono parte integrante di Genuino clandestino. Un libro ricco di foto bellissime, di paesaggi stupendi e di storie; storie di persone che hanno sempre vissuto in campagna e che portano avanti il lavoro dei loro padri e dei loro nonni e storie di persone che in campagna andavano giusto a farci il pic nic alla domenica, ma che hanno deciso di imparare un nuovo mestiere e un modo più felice di stare al mondo. E così, insieme a Michela, Roberta, Sara e Michele, andiamo sull'Appennino modenese a raccogliere erbe spontanee che Lorenzo e Barbara di Strulgador trasformano in prodotti erboristici, visitiamo la stalla di Marco e Fabrizio della fattoria La goccia di Orvieto, assistiamo a una riunione dei membri della comune di Mondeggi, dove alcune persone stanno facendo risorgere e fruttare dei terreni abbandonati sulle colline di Firenze, visitiamo gli ulivi di Totò, che da Bologna è tornato a vivere in Calabria perché la terra ereditata da suo padre non fosse gestita da chi l'avrebbe avvelenata senza troppi scrupoli. Pagine tra cui, inoltre, si impara qualcosa sulle politiche agro-alimentari in Italia, e quel qualcosa a tratti fa rabbia; pagine su cui chissà, scoprirete che c'è un mercato genuino clandestino proprio vicino a casa vostra, dove andare a fare una spesa più equa e giusta e sicuramente più sana di quella al supermercato!


Una rivoluzione ci salverà - Naomi Klein trad. Bottini, Didero, Stabilini, Taiuti - Rizzoli

Naomi Klein si è sempre occupata di economia. Naomi Klein, come lei stessa ammette nell'introduzione di questo libro, aveva sempre girato lo sguardo altrove quando si parlava di surriscaldamento globale, finché qualcosa non ha smosso improvvisamente la sua coscienza e il suo interesse. E ne ha tirato fuori un tomo da diverse centinaia di pagine che, sulla base di studi, analisi, ricerche di cui pochi sono capaci quanto la Klein, dimostra quanto e in che modo il sistema capitalistico sia la sostanziale minaccia alla sopravvivenza del nostro pianeta, o meglio di forme di vita sul nostro pianeta; e che, da parte nostra, non basta di certo fare la raccolta differenziata o chiudere il rubinetto mentre ci spazzoliamo i denti. Può sembrare scontato, ma sicuramente non lo sono i fatti riportati nel libro, e conoscerli fa accapponare la pelle ma anche aprire gli occhi. Perchè, secondo la Klein "...c'è ancora tempo per evitare un riscaldamento catastrofico, a patto di uscire dalle regole del capitalismo nella loro forma attuale".


La disobbedienza civile - Henry David Thoreau trad. Piero Sanavio- SE

Che bella mente quella di Thoreau! Come si suol dire: averne!  Un piccolo trattato scritto nel 1849 ma quanto mai attuale. Infatti sostiene il semplice concetto che un governo ingiusto vada combattuto, concetto ribadito solo pochi decenni fa da Sandro Pertini, che sosteneva che un governo ingiusto andasse combattuto anche "con le mazze e con le pietre". C'è da dire che ad oggi certe posizioni di Thoreau possono apparire estreme, vivere "fuori" dallo Stato pare una cosa impossibile e comunque da disadattati (e infatti diciamocelo, ci stiamo adattando a qualsiasi cosa), e finire in carcere per sostenere le proprie idee e dar retta alla propria coscienza è cosa per pochi, per quelli che definiremmo estremisti. Eppure, e proprio per questo, queste poche pagine mi hanno messa un po' in crisi. "Se quest'anno un migliaio di persone non pagassero le tasse non si tratterebbe di un'azione violenta o sanguinosa come sarebbe invece pagarle e così permettere allo Stato di commettere violenze e versare sangue innocente". Eppure paghiamo le tasse, le condiamo semplicemente con lamentazioni.


La regina del bosco - Neil Gaiman e Chris Riddell - Mondadori

Conoscete Neil Gaiman? Quello di American Gods e Coraline? Io lo adoro. Perché non è da tutti possedere una fantasia sconfinata e essere pure capaci di infarcirla di ironia o di tenerezza, o di spunti di riflessione non banali. La regina del bosco, più che una graphic novel è un libro illustrato, meravigliosamente illustrato. È la storia di una regina che sta per sposarsi ma questo non la fa felice neanche un po'; è anche la storia di una principessa, che giace addormentata in mezzo ai rovi nel regno al di là della montagna; ma nella storia ci sono pure i nani, gli unici, da bravi minatori, in grado di passare attraverso la montagna, gli unici che scoprono che nel regno addormentato sta succedendo qualcosa di anomalo e che corrono dalla regina perché selli il suo cavallo e vada a cercare di salvare la principessa e gli abitanti del regno. E non credo di fare spoiler se vi dico che sì, la salverà, perché il bello è arrivarci, è godersi la storia, i disegni, le ultime battute dell'ultima pagina e la rivoluzione di una delle più classiche delle fiabe che solo due artisti così bravi potevano permettersi di fare.


Bellezza - Kerascoet & Hubert trad. Francesco Savino - Bao

Una delle più belle graphic novel degli ultimi tempi, secondo me. Baccalà è bruttina e, come se non bastasse, passando le giornate a pulire il pesce, non ha nemmeno un buon odore, e da qui il "simpatico" soprannome. Quando il re sbarca nel suo villaggio, lei alla festa nemmeno ci vuole andare, tanto sarà un'umiliazione, nessuno le chiederà di ballare; preferisce stare a casa ed esprimere desideri agli spiriti cui lascia sempre una scodella di cibo in sacrificio (che il gatto apprezza!). E uno di questi decide un giorno di accontentarla: vuole la bellezza? Non si può cambiare la realtà, ma si può far sì che, agli occhi di chi guarda, Baccalà sia la ragazza più bella mai vista. Ma siamo poi sicuri che questo le semplificherà la vita? Non è che gliela complicherà di gran lunga e la renderà ancor più prigioniera di prima? Un'avventura meravigliosa, un susseguirsi di tavole stupende, pianti, risa e la sensazione, quando si chiude il libro che è bello anche solo nel suo aspetto, che la bellezza sia una cosa per niente banale, e che stia tutta in questo libro.


Morti di sonno - Davide Reviati - Coconino press

I disegni di Reviati hanno un che di inquietante. Ma d'altronde rappresentano i ricordi di un'infanzia trascorsa al Villaggio Anic, nei pressi di Ravenna, il villaggio venuto su da nulla e voluto da Enrico Mattei per accogliere i lavoratori del petrolchimico Eni e le loro famiglie. Quanto se ne sapeva poco di radiazioni e contaminazioni ai tempi! Eppure quanto fa paura l'auto che passa per ogni strada del villaggio e raccomanda la popolazione di chiudersi in casa cercando di sigillare al meglio porte e finestre fino al cessato allarme. Ma l'infanzia è infanzia, e gioca a pallone nel cortile, e vede l'acqua nera e oleosa del canale di scolo dei rifiuti della fabbrica solo come un confine tra il villaggio e il resto del mondo, e impara a riconoscere gli odori dei diversi idrocarburi come imparerebbe a riconoscere le erbe spontanee in montagna, e non si chiede come è morto il padre di quel bambino o perché la famiglia di quell'altro è rimasta così poco al villaggio. Un viaggio tra i ricordi, necessario, doloroso, onesto. E magistralmente illustrato.


E voi che avete letto di bello durante quest'anno? Quale imperdibile mi sono persa?